Tra dolore e noia: il mondo secondo Schopenhauer

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Quando pensiamo ai grandi filosofi, spesso immaginiamo visioni elevate, incoraggianti, persino luminose. Eppure, dall’altra parte troviamo Arthur Schopenhauer, un pensatore che non ha paura di puntare lo sguardo nella direzione opposta.

Pur avendo una visione cupa dell’esistenza, Schopenhauer ci costringe a confrontarci con ciò che spesso cerchiamo di ignorare: la sofferenza, la fatica di vivere, la noia, nonché la frustrazione intrinseca dei desideri umani.

Ispirato in parte dal buddismo, Schopenhauer sosteneva che la vita fosse segnata da unenorme quantità di dolore, un dolore alimentato senza sosta dai nostri desideri insaziabili.

Secondo lui, “la vita non possiede un vero valore intrinseco” e persino “la felicità è sopravvalutata”. Parole dure, certo… ma erano solo esagerazioni, oppure dobbiamo concedergli almeno una parte di verità?

La bilancia tra dolore e gioia

Molti risponderebbero in modo istintivo urlando: “No, la vita è anche bella!”. E non avrebbero torto, in quanto esiste la risata di un bambino, gli abbracci, la cura, l’arte, la musica, le bellezze della natura, le risate con gli amici, il sesso, i progressi della medicina, e persino il buon cibo! Quindi perché dovremmo insistere soffermandoci sul dolore?

Schopenhauer non nega la gioia. Ammette che ci sono momenti felici, solo che, secondo lui, la quantità di sofferenza supera enormemente quella della felicità.

Per spiegarsi meglio ricorre a un esempio tanto semplice quanto potente: immaginate un leone che divora un’antilope. Per il leone è un pasto come un altro, un fatto normale, ma per l’antilope rappresenta la fine, un momento di sofferenza estrema.

Ecco, secondo Schopenhauer il mondo è fatto così: per ogni piccola gioia, c’è un’ombra molto più grande di dolore che è pronta a divorarci.

Non solo morte, ma anche la sofferenza umana nel quotidiano

Certo, nessuno di noi probabilmente finirà divorato da un leone, ma la vita ci mette davanti ad altri tipi di sofferenza:

  • Conflitti personali e sociali

  • Malattie e fragilità fisica

  • La perdita delle persone amate

  • La consapevolezza della nostra mortalità

E anche quando non stiamo vivendo attivamente un dolore “drammatico”, c’è sempre l’inquietudine di ciò che desideriamo, e che quasi mai otteniamo come vorremmo: il lavoro perfetto, il partner ideale… e la lista potrebbe anche non avere mai una fine.

Secondo Schopenhauer la sofferenza trova radice nei desideri. Più desideriamo, più ci rendiamo infelici.

E quando otteniamo ciò che vogliamo?

Persino quando finalmente raggiungiamo un obiettivo, la gioia rimane per poco. Un esempio quotidiano? Si risparmia per anni per comprare quell’oggetto tanto desiderato, – mettiamo un visore VR di ultima generazione – lo si usa per qualche mese, e poi finisce in un armadio a prendere polvere. E questo avviene anche nelle relazioni, nel raggiungimento di un obiettivo, e anche nelle esperienze.

Schopenhauer arriva a una conclusione provocatoria: esistono solo due stati dell’animo umano:

  • La sofferenza, quando desideriamo.

  • La noia, quando abbiamo ciò che volevamo e il desiderio si spegne.

Come possiamo uscirne?

La soluzione per ridurre la sofferenza rimane quella di rinunciare al desiderio. Occorre imparare a disidentificarsi dal proprio ego, e quindi occorre iniziare a smettere di sentirci individui “speciali” al centro del mondo.

Sembra quasi una ricetta per la libertà:

  • Meno desideri → meno frustrazione

  • Meno attaccamento al sé → più gentilezza verso gli altri

  • Meno pretese dalla vita → più serenità

Ok, tutto molto bello, ma quanti di noi sarebbero davvero disposti a vivere così? Seppur sapendo che questa è la via della felicità – questo è un pensiero buddista, e di Schopenhauer, che in parte mi trova d’accordo – secondo me quasi la totalità delle persone non rinuncerebbe alle proprie aspirazioni, alle proprie passioni, e ai propri legami.

Ed è proprio qui che entra in gioco il lavoro di David Bather Woods, autore del recente libro Arthur Schopenhauer: The Life and Thought of Philosophy’s Greatest Pessimist.

Egli ci invita a non prendere Schopenhauer solo come un profeta del buio, ma come a una voce che ci spinga a guardare dentro di noi, e a chiederci: quali desideri sono davvero essenziali per la nostra vita, e quali invece non fanno altro che trasformarsi in continua sofferenza?

Allora Schopenhauer aveva ragione?

Forse non del tutto, ma forse aveva intravisto una verità che vale la pena considerare: la gioia non esiste senza consapevolezza del dolore, e la serenità non arriva dall’avere tutto, ma dal sapere cosa lasciare andare.

Nata e cresciuta a Rosignano Solvay , appassionata da sempre per tutto quello che ruota intorno al benessere della persona.Biologa, diplomata all'I.T.I.S Mattei