Perché l’occidente si indigna e il resto del mondo no? L’ipocrisia dell’universalismo occidentale

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Il mondo reagisce in modo profondamente diverso alle crisi internazionali. Mentre in occidente la risposta pubblica e politica tende a seguire una linea universalista, cioè basata su principi morali e giuridici considerati validi per tutti (diritti umani, autodeterminazione dei popoli, tutela dei civili, rispetto del diritto internazionale), altrove prevale un approccio più identitario.

La questione palestinese

In occidente, si sono tenute manifestazioni di massa nelle principali capitali europee e nordamericane – Londra, Parigi, Berlino, Madrid, Roma, New York – dove cittadini di ogni orientamento politico si sono mobilitati in nome dei diritti umani.

Nei paesi musulmani o a forte presenza araba (Turchia, Indonesia, Pakistan, Malesia, Giordania, Egitto) le piazze si sono riempite per solidarietà identitaria e religiosa. I palestinesi in questo contesto, sono stati percepiti come parte della stessa comunità religiosa.

Al contrario, in Cina, in Giappone, in Corea del Sud, in America latina o in Russia, la mobilitazione popolare è stata minima o totalmente assente.

Il conflitto russo-ucraino

In Europa e in Nord America, la reazione è stata immediata e molto unita. Quasi la totalità di questi paesi hanno condannato l’aggressione russa tramite sanzioni economiche, aiuti militari all’Ucraina, nonché campagne mediatiche a difesa della sovranità di Kyiv.

Nel resto del mondo, invece, la guerra è stata percepita come una questione “interna all’occidente”. Gran parte dei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina hanno mantenuto una situazione di neutralità, continuando a commerciare con Mosca, oltre a evitare prese di posizione morali.

L’Ucraina, vista come un paese europeo e cristiano, non ha suscitato la stessa empatia collettiva che in occidente ha generato invece la causa palestinese.

Questo dipende dal fatto che l’occidente interpreta i conflitti globali come questioni universali di giustizia, mentre il resto del mondo li interpreta come vicende particolari da valutare in base a identità, interessi e convenienza.

Questo lo si nota anche dal fatto che donare armi alla Palestina è stato percepito dagli occidentali come un atto indegno o moralmente inaccettabile, anche dagli stessi paesi che, durante l’aggressione russa in Ucraina, hanno continuato a commerciare con Mosca, – finanziando l’esercito russo – approfittando anche dei prezzi ribassati del petrolio dovuti alla riduzione degli acquisti occidentali.

Perché l’Occidente protesta “anche quando gli altri non lo farebbero?”

Le società occidentali, grazie a livelli elevati di sviluppo economico, stabilità politica e sicurezza sociale, dispongono di risorse che permettono ai cittadini di rivolgere l’attenzione oltre la mera sopravvivenza.

Quando i bisogni primari sono soddisfatti, emergono esigenze “post-materialiste”, come la giustizia globale, i diritti umani e l’ambiente.

Il “lusso” dell’indignazione

Protestare per cause lontane (diritti civili in altri paesi, questioni climatiche, libertà accademiche, ecc.) è spesso un segno di privilegio. È ciò che alcuni sociologi chiamano moral luxury, ovvero l’abilità di prendersi carico di ingiustizie non direttamente subite.

Tuttavia, in molte culture occidentali questo privilegio viene reinterpretato come responsabilità globale – “chi ha di più deve fare di più”.

Disuguaglianze interne e senso di colpa percepito dai media e dalla storia passata

Il benessere occidentale convive con profonde diseguaglianze, sia all’interno che rispetto al resto del mondo. Questo genera un senso di colpa morale che alimenta la protesta contro le élite, le multinazionali, o il sistema economico che produce privilegio o miseria.

In questo senso, le proteste occidentali non sono solo altruistiche, ma anche auto-correttive, in quanto cercano un senso di coerenza fra il proprio status e i propri valori.

In breve, l’occidente protesta anche perché può, ma soprattutto perché deve, nel senso di una necessità morale che nasce dal benessere stesso. Il privilegio economico diventa quindi, nella coscienza occidentale, una forma di responsabilità universale.

Perché il resto del mondo non ricambia?

Una questione di identità

Nel mondo “non occidentale” la sensibilità collettiva tende a concentrarsi su gruppi percepiti come affini. Quindi provenire da un gruppo etnico similare, o seguire gli stessi dettami religiosi, spingono molto le persone a provare comprensione e vicinanza verso chi vive in altri paesi

Le tragedie che avvengono lontano da noi, in luoghi o culture con cui non abbiamo legami diretti, toccano meno la nostra sensibilità. È più difficile provare la stessa emozione o urgenza, perché non ci sentiamo parte della stessa storia o della stessa comunità.

In occidente, l’idea di una solidarietà globale si è formata nel tempo grazie ai media, alle organizzazioni internazionali e al linguaggio dei diritti umani, che hanno creato un immaginario comune.

Altrove, dove queste narrazioni non hanno la stessa forza o non sono percepite come proprie, la sofferenza degli altri viene vista – e talvolta anche compresa – ma resta qualcosa di esterno, che non ferisce personalmente o moralmente.

Interessi

Nei sistemi politici del sud globale e nelle grandi potenze non occidentali prevale un approccio più pragmatico alle crisi internazionali. La politica estera di queste nazioni si fonda su sicurezza, accesso alle risorse, alleanze regionali e autonomia strategica, e non su principi universali, come invece funziona in occidente.

La morale entra in gioco solo quando rafforza una posizione geopolitica. Il risultato è una forma di morale selettiva, dove si condannano le ingiustizie degli avversari, ma si tace su quelle degli alleati.

Questa asimmetria non rappresenta, come molti potrebbero pensare, ad una forma di ipocrisia isolata, bensì a una logica di sopravvivenza in un sistema internazionale percepito, come ancora dominato dalle potenze occidentali.

Regimi e controllo del dissenso

In molti paesi fuori dall’occidente, protestare in pubblico è vietato o molto pericoloso. Il fatto che non ci siano manifestazioni non significa che le persone siano indifferenti, ma piuttosto che hanno paura, dato che in questi contesti chi protesta rischia maggiormente arresti, violenze, e talvolta la perdita del lavoro.

Inoltre, la censura e il controllo dei media bloccano la possibilità di trasformare la compassione in un movimento collettivo. Tuttavia, esistono anche forme di proteste nascoste, che vengono messe in atto tramite l’arte, la cultura o piccoli gesti di solidarietà quotidiana.
Questo significa, che non vedere attivamente piazze gremite di manifestanti non significa automaticamente che tutti siano d’accordo.

Diffidenza verso il modello occidentale

L’Occidente è percepito in gran parte del mondo come un arbitro non imparziale, dato che proclama valori universali, ma li applica in modo selettivo.

Le sue campagne morali – per l’Ucraina, per i diritti umani, e per l’ambiente – vengono lette anche come strumenti di interesse geopolitico.

Molti paesi del Sud globale ricordano ancora le guerre “umanitarie”, le sanzioni unilaterali o l’imposizione di modelli economici sotto la morale dei diritti.

Da qui nasce una diffidenza strutturale, in quanto la moralità occidentale appare come una nuova forma di potere simbolico, e non come una forma di solidarietà genuina.

Inoltre, la pluralità di esperienze coloniali e postcoloniali ha prodotto un “universalismo alternativo”, centrato sulla sovranità, sul rispetto delle culture e sulla non ingerenza – valori che possono entrare in tensione con l’universalismo liberale europeo.

Il “non ricambiare” quindi, non nasce da cinismo o mancanza di empatia, ma da differenze strutturali di esperienza storica, sicurezza politica e narrazione morale.

Mentre l’occidente si percepisce come custode di un ordine universale, molte altre società vivono ancora nella logica della protezione e della sovranità.

L’ipocrisia occidentale

Anche l’Occidente, che spesso rivendica una moralità universale, seleziona accuratamente le proprie cause da difendere.
Non tutte le tragedie ricevono la stessa attenzione o lo stesso investimento politico ed emotivo.

Alcune, come quella in Ucraina e a Gaza ad esempio, polarizzano estremamente l’attenzione degli occidentali, mentre altre guerre, come quella nel Sahel, in Yemen, o nel Caucaso, restano ai margini, come se fossero guerre di poco conto.

Questa differenza di attenzione dipende in primis da interesse strategico e visibilità mediatica, tuttavia produce anche una spiccata contraddizione strutturale, in quanto l’universalismo occidentale in questo modo appare fortemente incoerente.

Perché alcune guerre meritano più attenzione di altre? Tutte le guerre producono morte e distruzione di innocenti; eppure, in occidente, sembra che questo non basti a suscitare la stessa indignazione.

Alcuni conflitti vengono raccontati, analizzati quotidianamente, mentre altri scivolano nel silenzio più assoluto, come se non esistessero nemmeno.

In questa situazione, appare quasi paradossale che il comportamento di altri paesi risulti, in un certo senso, più coerente in quanto
non pretendono di universalizzare la propria compassione, ma agiscono secondo interessi dichiarati, senza il velo dell’universalismo selettivo che spesso caratterizza l’Occidente.

Il risultato è il realismo privo di ipocrisia può apparire più onesto del moralismo incoerente perpetrato dal modello occidentale.

L’economia dell’attenzione

È indubbio il fatto che le numerose proteste avvenute in occidente siano figlie di una narrazione mediatica – televisione – e algoritmica – social media – ben congeniata.

La rilevanza pubblica di una causa non è proporzionale alla sua gravità, ma alla sua capacità di generare immagini, video, engagement e viralità.

I media tradizionali e le piattaforme digitali contribuiscono, spesso senza intenzione, a sbilanciare la percezione delle guerre. Quando la televisione o i social concentrano l’attenzione quasi esclusivamente su un determinato conflitto – come quello in Ucraina o a Gaza – il pubblico finisce per considerarlo l’unico davvero rilevante, mentre altre tragedie restano nell’ombra.

La selettività della copertura mediatica non solo orienta l’emotività collettiva dei cittadini, ma determina anche quali vite appaiono degne di solidarietà e quali, invece, no.

Nata e cresciuta a Rosignano Solvay , appassionata da sempre per tutto quello che ruota intorno al benessere della persona.Biologa, diplomata all'I.T.I.S Mattei