Perché ci sentiamo delusi quando l’altro non ricambia? Ecco cosa dice la psicologia
Quante volte ci siamo percepiti come persone generose e disponibili, per poi ritrovarci delusi o traditi proprio da coloro a cui abbiamo offerto sostegno? Il dolore non nasce tanto dal gesto compiuto, ma da ciò che accade dopo.
Il cervello è un sistema predittivo
Spesso pensiamo al cervello come a un organo che registra ciò che accade nel momento presente, tuttavia, la neuroscienza ha rivoluzionato questa visione.
Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli, anzi… predice continuamente cosa accadrà, e utilizza la realtà solo per verificare se la previsione era corretta.
Questo processo mentale prende anche il nome di predictive processing. Durante questo processo il cervello costruisce costantemente “simulazioni” interne del mondo, basate su esperienze passate, e le utilizza per anticipare ciò che accadrà nel futuro immediato.
Potremmo riassumerlo così:
In base a ciò che hai vissuto, il cervello crea un’aspettativa.
Agisci (parli, aiuti, ti relazioni) guidato da quella aspettativa.
Confronti ciò che accade realmente con ciò che ti eri immaginato.
Se coincidono, stai bene
Se divergono → errore predittivo → puoi provare emozioni spiacevoli, quali rabbia e frustrazione
Ecco un esempio
Se io alzo la mano per salutarti, il mio cervello non aspetta di vedere cosa succederà… lui ha già previsto che anche te alzerai il braccio per salutarmi.
Se tu non lo fai, il cervello interpreta quella situazione, come confusionale e disagiante.
Lo studio Cyberball: quando l’esclusione sociale diventa dolore reale
In uno studio condotto da Eisenberger, Lieberman & Williams (2003), ai partecipanti veniva chiesto di giocare online a un gioco molto semplice: lanciare una palla tra tre giocatori.
Fase 1 — Creazione dell’aspettativa (Apprendimento della reciprocità)
All’inizio del gioco, tutti e tre i “giocatori” si passavano la palla in maniera regolare. Questa fase è di fondamentale importanza in quanto il cervello osserva il modello di interazione e apprende una regola implicita:
“Io la passo, e prima o poi la palla tornerà anche a me.”
In questa fase entra in gioco la corteccia prefrontale, che costruisce uno schema di previsione sulla base dell’esperienza immediata.
In altre parole, il cervello inizia a fidarsi della reciprocità.
Fase 2 — Violazione dell’aspettativa (Esclusione inattesa)
Dopo alcuni scambi regolari, gli altri due giocatori smettono improvvisamente di passare la palla al partecipante e csocì facendo continuano a giocare solo tra loro, senza dare alcuna spiegazione.
Il cervello registra immediatamente questo comportamento anomalo:
“Qualcosa non torna. La realtà non corrisponde a ciò che mi aspettavo.”
Questo è esattamente ciò che in neuroscienze si chiama: errore predittivo.
Fase 3 — Reazione emotiva (Dolore sociale)
Quando l’aspettativa di reciprocità viene disattesa, non attiviamo “solo” emozioni spiacevoli, ma attiviamo una rete neurale – Corteccia cingolata anteriore dorsale (dACC) – associata al dolore fisico, la stessa che si attiva quando:
ci tagliamo
ci bruciamo
sentiamo dolore fisico acuto
Questo significa che:
Il cervello interpreta l’esclusione sociale come una ferita.
Perché questo esperimento è così importante?
Perché dimostra in modo diretto che:
Il nostro cervello si basa sulle aspettative per orientare le relazioni
La reciprocità rappresenta un bisogno
Quando non riceviamo ciò che ci aspettavamo, il cervello vive un dolore reale
È importante capire questo. Il nostro cervello è costruito per la connessione. E quando quella connessione viene negata, reagisce come se fosse minacciata la nostra sopravvivenza.
Non si tratta di moralismo, ma di evoluzione
Studi di psicologia evoluzionista mostrano che l’altruismo umano si è sviluppato come forma di altruismo reciproco, ovvero: aiuto te oggi perché è probabile che tu aiuti me domani. Questo ha garantito la sopravvivenza dei gruppi sociali.
Il problema? Oggi viviamo in relazioni molto più complesse e meno esplicite. Non diciamo quasi mai chiaramente cosa desideriamo in cambio.
Così nasce il “micro-contratto invisibile”:
io ti aiuto
tu dovresti capirlo
e dovresti ricambiare, senza che io te lo chieda
Tuttavia, l’altro non sa che questo contratto esiste, e quindi non potrà mai seguirlo secondo la nostra aspettativa finale.
Dal dono all’investimento affettivo
Spesso, sotto la superficie di un gesto spontaneo o di un dono, vivono bisogni umani fondamentali, quali:
Sentirsi riconosciuti
Costruire o rafforzare un legame
Sentirsi utili e importanti per qualcuno
Questi bisogni non sono qualcosa di cui vergognarsi, dato che appartengono alla nostra natura sociale. Gli esseri umani sono biologicamente progettati per cercare connessione e reciprocità. Non c’è niente di “sbagliato” nel desiderare che l’altro accolga o ricambi un gesto affettuoso.
Il problema nasce quando confondiamo il dono spontaneo con l’investimento affettivo. Mentre, nel primo caso agiamo solo spinti da un’emozione di pura generosità, che non si aspetta nulla in cambio, nel secondo caso invece, si creano aspettative implicite, ovvero attese che non vengono dette, o condivise – ma che esistono dentro di noi.
E qui nasce il problema, poiché se l’altro non risponde come ci aspettavamo, viviamo quel gesto come rifiuto o svalutazione, anche se nessuno aveva promesso nulla.
Un dono è realmente un dono solo quando puoi dire con sincerità: “Se non ricevo nulla in cambio, va bene lo stesso.”
Se leggendo questa frase, provi una strana tensione, o una voce interna che dice “No, non va bene così”, allora non stai donando, ma stai investendo.















Post Comment
You must be logged in to post a comment.