Il problema che divide filosofi e studiosi da 50 anni: l’etica dietro il Trolley Problem
Il cosiddetto Trolley Problem, o “problema del carrello”, è uno degli esperimenti mentali più famosi nella storia della filosofia morale contemporanea.
Da decenni, studiosi, ricercatori, psicologi e semplici curiosi continuano a confrontarsi con questa situazione apparentemente semplice, eppure così carica di questioni etiche profonde.
Ma davvero esiste una risposta corretta? Possiamo stabilire una regola universale per capire come dovremmo comportarci di fronte a scelte tragiche? Oppure non esiste una regola oggettiva che possa spiegare quale sia la scelta più giusta da fare?
L’origine del dilemma
Il Trolley Problem nasce nel 1967 grazie alla filosofa morale britannica Philippa Foot, che nell’articolo “Il problema dell’aborto e la dottrina del doppio effetto “presenta per la prima volta il caso.
Immaginiamo un tram fuori controllo che corre su binari fissi. Non può essere fermato. Sui binari verso cui è diretto ci sono cinque lavoratori. Il macchinista può fare solo una cosa: deviare il tram su un altro binario dove però si trova un solo operaio. Qualunque cosa accada, qualcuno morirà.
Che cosa è più giusto fare? Meglio lasciare che il tram continui il suo percorso e che muoiano cinque persone, oppure intervenire, deviare la direzione e causare la morte di una sola persona?
Foot usa questo dilemma per distinguere due tipi di doveri morali:
Doveri negativi, cioè evitare di fare del male.
Doveri positivi, cioè fare attivamente del bene.
Secondo la filosofa, in questo caso entrambi i binari comportano un danno, quindi si tratta di stabilire quale dovere negativo pesi di più: danneggiare uno o danneggiare cinque? Per Foot la risposta è chiara: è moralmente giustificato deviare il carrello verso il singolo operaio, poiché si provoca meno danno complessivo.
Una svolta sorprendente: l’uomo grasso sulla passerella
Nel 1976, la filosofa americana Judith Jarvis Thomson riformula il problema, introducendo uno scenario ancora più inquietante.
Non stiamo più guidando un tram. Ora siamo su un ponte pedonale, sopra ai binari. Il tram fuori controllo si avvicina. Sotto di noi, sul binario, ci sono sempre cinque persone. Accanto a noi c’è un uomo molto corpulento, così pesante che, se lo spingessimo giù sulla pista – lo sappiamo per certo – il suo corpo fermerebbe il tram. Morirebbe lui, ma i cinque sarebbero salvi.
Ora, che cosa dovremmo fare? È moralmente giusto spingere un innocente alla morte per salvarne cinque?
Qui all’improvviso tutto cambia. La maggior parte delle persone che, nel primo caso, era disposta a deviare il tram, in questo scenario non riesce più ad accettare la decisione di spingere l’uomo giù dalla passerella. Perché?
Due scenari, due sensazioni diverse
Thomson sostiene che la differenza non sta nel numero delle persone salvate, ma nel tipo di azione:
Nel primo caso, deviare significa spostare una minaccia già esistente da un gruppo più grande a uno più piccolo.
Nel secondo caso, spingere significa creare una nuova minaccia intenzionale contro una persona che, fino a quel momento, non era coinvolta nel pericolo.
Molti filosofi kantiani sostengono che usare un essere umano come mezzo per ottenere un fine sia moralmente inaccettabile, anche se quel fine è salvare più vite. L’uomo grasso non è un ostacolo: è un individuo con dignità, e non può essere sacrificato come se la sua vita non significasse nulla.
Quindi, secondo questa prospettiva:
Deviare il carrello = moralmente giustificabile.
Spingere l’uomo = moralmente sbagliato.
E se esistesse un’altra via?
Quando viene presentato il problema, molti reagiscono provando a cercare soluzioni creative, quali:
urlare per avvertire i lavoratori,
fermare il carrello con un freno,
chiamare aiuto,
trovare un oggetto alternativo da far cadere sui binari.
Ma tutti questi tentativi, seppur comprensibili, eludono il senso dell’esperimento: il problema serve proprio a isolarci in una situazione senza vie di fuga, per farci riflettere su come ragioniamo moralmente quando non esistono soluzioni perfette.
Allora, qual è la soluzione?
Forse la risposta più onesta è che non esiste una soluzione definitiva. Il Trolley Problem non è stato creato per essere risolto, ma per farci pensare. Per ricordarci quanto sia delicata la morale umana, e soprattutto quanto siano profondi i nostri limiti quando dobbiamo decidere sul valore della vita altrui.
Ma questo non significa che “tutte le risposte sono uguali”. Alcune argomentazioni sono più solide, più coerenti, e più ragionevoli di altre. E infatti, ciò che mantiene vivo il problema da quasi mezzo secolo è proprio la discussione sulle ragioni delle nostre scelte.
Foot e Thomson, pur partendo da principi diversi, arrivano alla medesima conclusione: la maggior parte di noi sceglierebbe di salvare i cinque deviando il carrello, ma non sarebbe disposta a spingere l’uomo grasso.
Perché questo esperimento è così importante?
Perché ci ricorda che:
non sempre è possibile evitare il male,
a volte siamo costretti a scegliere tra due conseguenze tragiche,
la moralità non è fatta solo di numeri e contabilità della vita umana,
il contesto, le intenzioni e i mezzi contano quanto (se non più) del risultato.















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