La compassione nasce dal ragionamento o da una risposta spontanea?

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Immagina di trovarti davanti a un edificio in fiamme, e sentire le voci di una persona intrappolata all’interno che chiede aiuto, oppure pensa a una persona che si tuffa in un fiume per salvare un bambino che sta annegando.

In situazioni simili, alcuni individui agiscono nonostante la paura, senza fermarsi a valutare i rischi o a chiedersi quale vantaggio potrebbero ricavarne.

Quando poi, vengono definiti eroi, molto spesso rispondono di aver fatto soltanto ciò che ritenevano giusto.

Ma che cosa accade davvero in quei momenti? È possibile che la nostra capacità di agire moralmente sia più spontanea di quanto immaginiamo, e che talvolta, sia proprio l’abitudine a ragionare troppo a impedirci di ascoltarla?

Questa riflessione mette in discussione una convinzione diffusa, ovvero l’idea che per comportarci bene dobbiamo necessariamente fermarci a riflettere, valutare le alternative, e di conseguenza agire. E se invece, in alcune circostanze, la risposta giusta emergesse quasi d’istinto prima ancora del pensiero logico?

Sartre e la coscienza che va oltre l’io

Il filosofo francese Jean-Paul Sartre, nella sua opera La trascendenza dell’Io, sviluppa una concezione della coscienza che offre una prospettiva davvero interessante su questo dilemma.

Secondo Sartre, non è necessario immaginare un io stabile e separato che si trovi al centro di ogni esperienza, dato che quando siamo completamente assorbiti in ciò che facciamo, possiamo agire senza pensare continuamente a noi stessi.

Pensiamo per esempio, a quando corriamo per non perdere un tram… in quel momento, la nostra attenzione è rivolta al mezzo da raggiungere, non all’immagine che abbiamo di noi stessi. In quel preciso istante non ci stiamo osservando dall’esterno, ma siamo semplicemente immersi nel momento presente.

Sartre distingue la coscienza riflessiva – quella in cui ci fermiamo a pensare a noi stessi, alle nostre intenzioni, e alle conseguenze delle nostre azioni -, dall’esperienza vissuta attivamente nel momento presente, come nel caso del tram descritto nelle frasi precedenti.

La riflessione è importante, ma può anche diventare un ostacolo. Quando incontriamo qualcuno in difficoltà, potremmo avvertire immediatamente il desiderio di aiutarlo, tuttavia, dopo arrivano i pensieri: abbiamo fretta, siamo stanchi, non abbiamo denaro, oppure temiamo di essere coinvolti in una situazione complicata.

Così, una risposta spontanea può essere soffocata da tutta una serie di giustificazioni, atte a spiegare in modo razionale il motivo per cui non abbiamo agito.

Non sempre, dunque, è il ragionamento a renderci migliori: qualche volta ci aiuta a evitare ciò che sappiamo già essere giusto.

Questo non significa che ogni impulso spontaneo sia buono. Anche i pregiudizi e le reazioni ostili possono essere di natura automatica, dato che sono influenzati dall’educazione, dalle esperienze e dalle convinzioni che abbiamo assimilato nel tempo. La spontaneità, da sola, non garantisce la moralità.

Douglas Harding e la possibilità di riconoscere la nostra apertura

A questa riflessione si collega il pensiero di Douglas Harding, architetto e filosofo anticonformista vissuto tra il 1909 e il 2007, attraverso quella che chiamava la «Via senza testa».

Harding cercò di mostrare come possiamo riconoscere direttamente il nostro rapporto con il mondo, senza dover trascorrere anni in meditazione.

La sua intuizione è sorprendente: forse percepiamo noi stessi come individui separati dagli altri soprattutto perché siamo abituati a immaginarci dall’esterno, come appariremmo a chi ci guarda.

Prova a osservare un’altra persona. Ne vedi il volto, i lineamenti, le espressioni… ma puoi vedere direttamente il tuo viso nello stesso modo in cui vedi il suo? No. Per osservarti in volto hai bisogno di uno specchio o di una fotografia.

Harding invita a soffermarsi proprio su questa differenza. Dal punto di vista dell’esperienza visiva immediata, dove ti trovi tu non compare un volto che faccia da barriera tra te e il mondo. C’è, piuttosto, uno spazio nel quale le cose appaiono.

Non si tratta di sostenere che il corpo o l’identità personale non esistano. L’idea è quella di cambiare prospettiva: invece di immaginare continuamente un io chiuso dietro una facciata, possiamo riconoscere la nostra capacità di accogliere ciò che incontriamo.

Un semplice esperimento per cambiare prospettiva

Allarga le braccia e unisci le dita in modo da formare una cornice attraverso cui guardare la stanza. Al suo interno vedrai oggetti, pareti, libri e qualsiasi altra cosa si trovi davanti a te.

Ora muovi lentamente la cornice e osserva come cambia ciò che appare. Lo spazio racchiuso tra le dita non possiede un colore o una forma propri: accoglie tutto ciò che attraversa il tuo campo visivo.

Avvicina quindi le dita al viso, continuando a osservare. Man mano che la cornice si avvicina, le dita diventano sfocate e scompaiono dalla vista. Quando abbassi le braccia, prova a chiederti: che cosa trovi esattamente nel punto da cui stai guardando?

Puoi ripetere l’esperimento cercando i confini del tuo campo visivo. Le mani diventano indistinte ai margini della vista, mentre il mondo continua ad apparire.

Secondo Harding, questa esperienza può suggerire un’immagine diversa del nostro rapporto con la realtà: non soltanto un individuo che osserva il mondo da una posizione separata, ma uno spazio aperto nel quale il mondo si manifesta.

L’esercizio non richiede di eliminare i pensieri o di reprimere i giudizi. Invita semplicemente a distinguere ciò che percepiamo direttamente da ciò che presumiamo di essere.

Dalla percezione alla compassione

Nella vita quotidiana siamo spesso pronti a classificare chi incontriamo. Una persona ci supera in fila e pensiamo che sia maleducata; qualcuno esprime un’opinione diversa dalla nostra e lo giudichiamo senza ascoltarlo davvero. In molti casi, le nostre convinzioni precedono persino la conoscenza dell’altro.

Harding propone di osservare queste reazioni senza cercare necessariamente di cancellarle. Possiamo accorgerci di un giudizio e, allo stesso tempo, riconoscere che la nostra esperienza percettiva rimane aperta alla persona che abbiamo davanti.

Per approfondire, prova a osservare qualcuno mentre gli parli. Vedi soltanto il suo volto oppure anche il tuo? Che cosa accade se presti attenzione alla sua espressione, alla sua voce e alla sua vulnerabilità, senza concentrarti continuamente sull’impressione che stai facendo?

Questo esercizio non garantisce di diventare immediatamente più compassionevoli. Può però aiutarci a mettere in discussione l’idea che ogni relazione debba essere un confronto tra due individui intenti a difendere la propria posizione.

Forse comprendere una persona comincia quando smettiamo, almeno per un momento, di preoccuparci soltanto di noi stessi.

L’apertura non significa accettare qualsiasi comportamento. La violenza rimane violenza, l’ingiustizia rimane ingiustizia e proteggere la propria dignità è importante quanto riconoscere quella altrui. La compassione non impone di rinunciare ai propri confini: permette, piuttosto, di rispondere alle difficoltà degli altri senza essere dominati automaticamente dalla paura o dal pregiudizio.

Ragionare e sentire: due dimensioni della moralità

Riconoscere la nostra apertura non rende superflui i principi etici. Per affrontare dilemmi complessi, contrastare discriminazioni radicate e riconoscere ingiustizie sociali servono anche il pensiero critico e il ragionamento.

Lo sviluppo dei diritti umani universali, per esempio, dimostra quanto sia importante elaborare principi capaci di andare oltre gli interessi del singolo gruppo.

La riflessione filosofica e gli esercizi proposti da Harding possono quindi completarsi a vicenda. Il ragionamento ci aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, mentre l’attenzione all’esperienza diretta può renderci più sensibili alla sofferenza concreta delle persone, degli animali e del pianeta.

Non dobbiamo credere che un semplice esercizio percettivo possa cancellare anni di pregiudizi o trasformare automaticamente il nostro carattere. Possiamo, però, sperimentare se una diversa attenzione a noi stessi e agli altri renda meno rigide le nostre reazioni.

In fondo, la domanda da porsi non è soltanto quale principio morale dovremmo seguire, ma anche che cosa ci impedisce, nella vita di tutti i giorni, di rispondere con umanità a chi ha bisogno di noi.

Forse non sempre dobbiamo costruire da zero la nostra capacità di essere compassionevoli. A volte possiamo cominciare riconoscendo ciò che già accade quando smettiamo di considerarci il centro di ogni esperienza e lasciamo che la presenza dell’altro acquisti davvero importanza.

La teoria, naturalmente, non basta. Il modo migliore per verificarla è portarla nelle relazioni quotidiane: ascoltare con maggiore attenzione, osservare i nostri giudizi e chiederci se, dietro una reazione difensiva, esista la possibilità di una risposta più consapevole.

La filosofia, in questo senso, non offre soltanto idee da comprendere. Ci invita a sperimentare un modo diverso di vivere.

Nata e cresciuta a Rosignano Solvay , appassionata da sempre per tutto quello che ruota intorno al benessere della persona. Biologa, diplomata all'I.T.I.S Mattei