Mangiare di notte fa male al fegato? Ecco cosa dice uno studio condotto su quasi 200 000 persone

dottore organo epatico

Mangiare qualcosa dopo cena, magari davanti alla televisione o poco prima di andare a dormire, è un’abitudine molto comune. C’è chi sceglie uno spuntino dolce, chi preferisce un panino e chi, convinto di non avere nulla di pronto, finisce per aprire il frigorifero a mezzanotte. E se questo comportamento fosse meno innocuo di quanto immaginiamo?

Una ricerca condotta dalla Oregon Health & Science University (OHSU), negli Stati Uniti, suggerisce che consumare regolarmente cibo a tarda notte potrebbe essere associato a un rischio maggiore di sviluppare alcune malattie del fegato. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology, hanno attirato l’attenzione degli studiosi perché aggiungono un elemento importante al dibattito sul rapporto tra alimentazione e salute: non conta soltanto ciò che mangiamo, ma potrebbe avere un ruolo anche il momento della giornata in cui lo facciamo.

L’analisi ha preso in considerazione i dati di quasi 200.000 persone e ha individuato un’associazione tra gli spuntini notturni e una maggiore frequenza di patologie epatiche. In particolare, tra chi riferiva di mangiare a tarda notte, i tassi di queste malattie risultavano superiori del 20-30% rispetto a quelli osservati tra le persone che non avevano questa abitudine.

È importante, però, chiarire subito un punto: lo studio non dimostra che mangiare di notte provochi direttamente danni al fegato. I risultati indicano una relazione che merita ulteriori approfondimenti, non una certezza assoluta. Vediamo che cosa hanno scoperto i ricercatori e perché gli orari dei pasti potrebbero influenzare il nostro organismo.

Quali sono secondo lo studio le malattie del fegato associate agli spuntini notturni?

La ricerca si è concentrata su due condizioni: la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica, conosciuta come MASLD, e la cirrosi.

La prima è comunemente chiamata fegato grasso e consiste nell’accumulo eccessivo di grasso nelle cellule epatiche, ed è comunemente correlata a disturbi che possono includere sovrappeso, diabete di tipo 2 e alterazioni del metabolismo.

Il fegato svolge numerose funzioni indispensabili all’interno del nostro corpo, dato che contribuisce a elaborare i nutrienti, immagazzinare energia, nonché aiutare a eliminare o trasformare diverse sostanze presenti nel sangue. Quando accumula troppo grasso, il suo funzionamento può risentirne, anche se nelle fasi iniziali il problema può non provocare sintomi evidenti.

In alcuni casi, la steatosi può evolvere verso infiammazione e danni progressivi al tessuto epatico. Se il danno diventa grave e persistente, può comparire la cirrosi, una condizione caratterizzata dalla formazione di tessuto cicatriziale che altera la normale struttura del fegato.

Questo non significa che chi ha il fegato grasso svilupperà inevitabilmente una cirrosi. Come ha sottolineato Robert Wilechansky, epatologo dell’OHSU e autore principale dello studio, soltanto una minoranza delle persone con steatosi epatica sviluppa le forme più gravi della malattia.

Il dato deve quindi essere interpretato senza allarmismi, ma anche senza sottovalutare l’importanza della prevenzione.

Quasi 200.000 persone coinvolte: come è stata condotta la ricerca?

Per indagare il possibile legame tra gli orari dei pasti e la salute del fegato, gli scienziati hanno esaminato i dati provenienti da tre importanti studi statunitensi:

  • Nurses’ Health Study, dedicato allo studio della salute delle infermiere.

  • Nurses’ Health Study II, che ha ampliato la ricerca coinvolgendo un’altra generazione di infermiere.

  • Health Professionals Follow-up Study, che ha seguito nel tempo professionisti del settore sanitario.

Nel complesso, queste indagini hanno fornito informazioni sulle abitudini alimentari e sullo stile di vita di quasi 200.000 partecipanti. I dati utilizzati comprendevano informazioni riferite direttamente dalle persone coinvolte, e successivamente analizzate per individuare eventuali relazioni tra il comportamento alimentare e le malattie del fegato.

I ricercatori hanno considerato come alimentazione notturna il consumo di cibo dopo cena oppure dopo l’orario abituale in cui si va a dormire.

Confrontando le abitudini dei partecipanti, è emersa una differenza significativa: chi dichiarava di mangiare a tarda notte presentava tassi di malattie epatiche superiori del 20-30%.

Ma come dobbiamo interpretare questa percentuale?

Immaginiamo due gruppi di persone con abitudini differenti. Se nel gruppo che mangia regolarmente di notte si osserva una maggiore frequenza di problemi epatici, questo può suggerire che l’orario dei pasti sia un elemento da approfondire. Non dimostra, tuttavia, che sia proprio quello spuntino a determinare la malattia.

Altri fattori potrebbero contribuire a spiegare questa associazione. Per esempio, mangiare prima di andare a dormire potrebbe essere, in alcune persone, una risposta allo stress accumulato durante la giornata. In questi casi, alimenti ricchi di carboidrati e zuccheri possono diventare una sorta di conforto momentaneo, aiutando a placare la tensione emotiva.

Di conseguenza, almeno in parte, il rischio osservato potrebbe essere legato anche allo stress e alle abitudini che ne derivano, e non soltanto all’orario dei pasti.Inoltre, un aumento relativo del rischio non significa che ogni persona che mangia di notte abbia una probabilità del 20-30% di ammalarsi.

Lo studio offre quindi un’indicazione interessante, ma non una previsione individuale.

L’orologio biologico: perché mangiare a tarda notte potrebbe fare la differenza

Per comprendere meglio questi risultati bisogna guardare a un meccanismo fondamentale del nostro organismo: il ritmo circadiano.

Si tratta del sistema biologico che aiuta a regolare le funzioni del corpo nell’arco delle 24 ore, coordinando, tra le altre cose, il sonno, la veglia, la temperatura corporea e numerosi processi metabolici.

In condizioni abituali, il nostro organismo segue una certa alternanza tra attività e riposo, dato che durante il giorno siamo generalmente più attivi e mangiamo, mentre di notte, invece, il corpo si prepara al sonno e alla rigenerazione del corpo.

E anche il fegato segue questi ritmi. 

Mangiare quando l’organismo si sta preparando al riposo potrebbe quindi creare una sorta di disallineamento tra il momento in cui introduciamo energia e quello in cui il nostro corpo è maggiormente predisposto a utilizzarla.

Per fare un esempio, possiamo immaginare il metabolismo come un’attività organizzata secondo turni di lavoro. Se chiediamo continuamente a un sistema di svolgere compiti in orari poco compatibili con il suo normale funzionamento, potremmo comprometterne l’efficienza.

Naturalmente, il corpo umano è molto più complesso di una macchina e non smette di digerire quando arriva la sera. Il punto è un altro: la capacità di elaborare il cibo potrebbe variare anche in funzione del nostro orologio biologico.

Andrew McHill, professore associato e specialista in fisiologia del sonno e ritmi circadiani presso l’OHSU, ha evidenziato come la tempistica delle attività quotidiane possa influenzare la salute. Le sue precedenti ricerche hanno suggerito che mangiare durante la notte, quando il corpo è predisposto al sonno, può ridurre l’efficienza con cui vengono metabolizzati gli alimenti.

Nel tempo, questo fenomeno potrebbe contribuire a problemi come obesità e diabete e, secondo le nuove evidenze, potrebbe essere collegato anche alla salute del fegato.

Che cosa c’entrano i turni notturni?

L’interesse di Wilechansky per questo argomento nasce anche dall’osservazione dei problemi di salute riscontrati nelle persone che lavorano durante la notte.

Chi svolge turni notturni può essere costretto a rimanere sveglio quando il corpo sarebbe naturalmente predisposto al riposo e a dormire durante il giorno. Questa inversione degli orari può alterare i ritmi circadiani e rendere più difficile mantenere abitudini regolari.

In diverse ricerche, il lavoro notturno è stato associato a una maggiore frequenza di obesità e malattie cardiovascolari.

La questione, dunque, non riguarda soltanto chi apre il frigorifero prima di andare a letto. Potrebbe interessare anche chi lavora su turni, chi cena molto tardi per motivi professionali e chi mantiene orari irregolari per gran parte della settimana.

La steatosi epatica, del resto, rappresenta un problema sanitario rilevante: secondo quanto riportato dai ricercatori, può interessare fino al 30% della popolazione statunitense.

Wilechansky vuole capire se una modifica relativamente semplice, come anticipare i pasti, possa contribuire a ridurre il rischio senza obbligare le persone a cambiare radicalmente la propria alimentazione.

L’idea è interessante proprio perché sposta l’attenzione su un aspetto spesso trascurato. Quando pensiamo alla salute del fegato, tendiamo a concentrarci soprattutto sulla qualità degli alimenti e sulle quantità consumate. Eppure, anche la regolarità degli orari potrebbe meritare maggiore attenzione.

Mangiare prima di andare a dormire protegge davvero il fegato?

Ad oggi gli scienziati non possono ancora dare una risposta definitiva a questa domanda.

I risultati dello studio sono coerenti con precedenti esperimenti sugli animali, nei quali il fegato ha mostrato una particolare vulnerabilità quando gli orari dei pasti non erano sincronizzati con il normale ciclo sonno-veglia.

Questi esperimenti offrono una possibile spiegazione biologica dell’associazione osservata negli esseri umani. Non sono però sufficienti, da soli, a dimostrare che anticipare la cena o eliminare gli spuntini serali prevenga le malattie epatiche.

La ricerca condotta dall’OHSU presenta infatti alcuni limiti molto importanti, dato che si tratta di uno studio osservazionale. I ricercatori hanno analizzato le relazioni tra abitudini e condizioni di salute, senza assegnare ai partecipanti orari alimentari specifici per verificarne gli effetti.

Inoltre, si basa anche su informazioni riferite dai partecipanti: le persone potrebbero non ricordare con precisione che cosa e quando hanno mangiato. La definizione di alimentazione notturna è molto ampia, dato che consumare un pasto dopo cena può significare situazioni molto diverse, dato che possono includere il consumo di un piccolo spuntino alle undici di sera, ma anche un pasto abbondante all’una di notte.

Anche l’associazione non dimostra un rapporto di causa ed effetto, dato che altri elementi dello stile di vita potrebbero contribuire ai risultati osservati.

Per affrontare queste incertezze, Wilechansky sta collaborando con un gruppo di ricerca dell’OHSU impegnato a reclutare partecipanti per un nuovo studio. Questa volta l’obiettivo è monitorare più direttamente le abitudini alimentari e verificare se anticipare i pasti possa produrre miglioramenti misurabili nelle persone con steatosi epatica.

I ricercatori vogliono capire se la gestione degli orari possa diventare uno strumento pratico per favorire la salute del fegato senza richiedere necessariamente cambiamenti importanti nella composizione della dieta.

Come comportarsi nella vita quotidiana?

In attesa di nuove conferme, non è necessario vivere con la paura di mangiare qualcosa dopo cena. È più utile considerare questi risultati come un invito a osservare le proprie abitudini e a cercare, quando possibile, una maggiore regolarità.

Ecco alcuni comportamenti ragionevoli da prendere in considerazione:

  • Cerca di mantenere gli orari dei pasti regolari.

  • Evita di trasformare gli spuntini notturni in un’abitudine automatica. Prima di mangiare, chiediti se hai davvero fame oppure se stai cercando una distrazione, magari per noia o stress.

  • Presta attenzione alla qualità e alla quantità del cibo che introduci nel corpo. L’orario non è l’unico elemento importante: anche l’equilibrio complessivo dell’alimentazione conta.

  • Proteggi il tuo riposo notturno. Dormire con regolarità contribuisce al corretto funzionamento dell’organismo.

  • Non trascurare i fattori metabolici. Peso corporeo, glicemia e altri aspetti della salute possono essere rilevanti per il rischio di steatosi epatica. In caso di dubbi o fattori di rischio, è opportuno parlarne con il medico.

Queste indicazioni non rappresentano una terapia per le malattie del fegato e non sostituiscono le raccomandazioni di un professionista sanitario. Inoltre, chi lavora su turni o ha esigenze particolari potrebbe aver bisogno di una strategia alimentare personalizzata.

FONTE ATTENDIBILE

Nata e cresciuta a Rosignano Solvay, sono da sempre appassionata di salute, nutrizione e benessere della persona. Con un diploma ad indirizzo biologico conseguito presso l'I.T.I.S. E. Mattei e un solido percorso di studi in scienze biologiche, mi dedico alla divulgazione scientifica e alla promozione di uno stile di vita sano ed equilibrato.