Gatti e felicità: ecco cosa ha scoperto uno studio su 93 paesi
Avete presente quel momento in cui rientrate a casa dopo una giornata pesante e un gatto vi viene incontro, magari strusciandosi contro le gambe? Per molti rappresenta già una piccola cura contro lo stress. Ora c’è anche la scienza a dire la sua, e il risultato è più sorprendente di quanto si pensi. Se avete voglia di un po’ più di allegria in casa, forse è il caso di prendere in considerazione l’idea di adottare un micio!
Chi ha fatto lo studio e cosa voleva scoprire?
Il team ha analizzato dati pubblici provenienti da 93 paesi del mondo e ha messo a confronto tre elementi:
- i punteggi di felicità di ogni nazione;
- la densità di gatti domestici, cioè quanti felini vivono in casa rispetto alla popolazione;
- i tassi di infezione da Toxoplasma gondii, un parassita che può colpire fino a una persona su tre, e che ha come ospiti principali proprio i gatti.
Gli scienziati volevano capire due cose. La prima: avere dei gatti influisce sulla felicità di un popolo? La seconda: il rischio di contrarre questa infezione ha un peso sul nostro umore? Hanno anche inserito la ricchezza tra i fattori da considerare. D’altronde è uno dei primi pensieri che ci vengono in mente quando immaginiamo una vita serena e agiata, no?
Un parassita di cui si parla poco
Prima di andare avanti, facciamo un po’ di chiarezza sul Toxoplasma gondii. Per la maggior parte delle persone è innocuo e non dà sintomi, dato che molti possono averlo senza nemmeno rendersene conto. In altri casi invece, può creare dei problemi, soprattutto nei gruppi più fragili. In passato è stato collegato anche ad ansia, depressione e schizofrenia. Non è quindi un ospite da prendere alla leggera, anche se spesso passa inosservato.
I risultati: due dati contrastanti
Ed ecco il cuore dello studio. Secondo gli autori, i paesi con più gatti tendono a mostrare livelli di felicità più elevati, mentre i paesi con una maggiore esposizione al Toxoplasma tendono invece a mostrare livelli di felicità più bassi.
Ma com’è possibile? I gatti trasmettono il parassita, eppure più gatti vuol dire più felicità? Qualcosa non quadra, e infatti i ricercatori invitano a guardare ai dati con più calma.
Quando si confrontano 93 paesi, la tendenza generale può essere “falsata” da pochi casi che si comportano in modo diverso dagli altri.
La Cina è un esempio: ha un punteggio di felicità piuttosto alto, ma una densità di gatti inferiore a quella della maggior parte delle nazioni. Va quindi contro l’idea “più gatti, più felicità”. In statistica un caso così lontano dalla norma si chiama valore anomalo e può spostare il risultato finale più di quanto dovrebbe.
ESEMPIO: Pensa a una classe in cui entra un giocatore di basket alto 2,10 m: la media delle altezze sale, anche se gli altri studenti sono rimasti uguali. Per questo gli autori dicono che alcuni paesi potrebbero aver pesato in modo sproporzionato sui risultati.
Il colpo di scena: più gatti, meno parassiti
C’è poi un dettaglio che, personalmente, trovo affascinante. I paesi con più gatti tendevano ad avere livelli più bassi di esposizione al Toxoplasma. Eppure ci si aspetterebbe l’esatto contrario!
Certo, i gatti non sono l’unico modo in cui una persona può infettarsi. Ma l’associazione, sulla carta, dovrebbe andare in direzione opposta. Quindi che cosa sta succedendo?
La ricchezza fa la differenza
Una possibile spiegazione arriva dal denaro. Nei paesi più ricchi è più facile che le persone abbiano un gatto e che possano permettersi buone cure veterinarie. Lì i felini hanno più probabilità di:
- vivere dentro casa e non in giro per la strada;
- fare controlli regolari dal veterinario;
- mangiare cibo per gatti confezionato e controllato.
È un po’ come il confronto tra un’auto sempre in officina e una mai revisionata: più attenzione, si traduce in meno guai. Un gatto ben curato e tenuto al riparo ha meno probabilità di portarsi dietro il parassita, e quindi di trasmetterlo.
Cosa ci insegna questa ricerca?
Borráz-León lo dice chiaramente nello studio: i dati vanno contro l’idea semplice che più gatti significhi per forza più parassiti. Contano molto, secondo lui, la gestione degli animali, l’igiene e le condizioni socioeconomiche.
Il messaggio più interessante è un altro. Fattori biologici ed ecologici possono contribuire a quella sensazione di felicità che tutti inseguiamo, eppure di solito non entrano negli studi sul tema. Pensiamo alla felicità come a una questione di soldi, lavoro e relazioni, e forse dimentichiamo che anche ciò che ci circonda, animali compresi, può dire la sua.
Attenzione: Correlazione non vuol dire causa
Qui serve un po’ di prudenza, e sono gli stessi autori a ricordarlo. Parliamo di associazioni a livello nazionale. Non si può dire che avere più gatti renda le persone più felici, né che il Toxoplasma le renda più tristi. I ricercatori ritengono però che questi schemi siano abbastanza interessanti da meritare ulteriori indagini.
Vi faccio un esempio semplice. Se in una città vendono più gelati quando ci sono più incidenti in spiaggia, non è il gelato a causare gli incidenti: è l’estate. Anche qui potrebbe esserci un terzo fattore, come il benessere economico, che spinge insieme in alto sia i gatti sia la felicità.
Perchè la felicità di un popolo ci riguarda tutti
Può sembrare una curiosità da rivista, ma il livello di felicità (o di infelicità) di una popolazione ha effetti molto concreti sulla salute pubblica. Quando le persone sono stressate, ansiose e infelici, sono meno produttive e più vulnerabili. Hanno anche più bisogno di cure e di assistenza da parte degli altri.
L’articolo originale arriva a dire che avere un gatto in casa può portare più contentezza e benessere. Alla luce di quanto detto, io lo direi con più cautela: è un’ipotesi suggestiva, non una prova. Si aggiunge comunque ad altre scoperte recenti sugli animali domestici, tra cui studi secondo cui gli animali da compagnia possono aiutare a rallentare il declino cognitivo.
E adesso? Il futuro della ricerca?
Gli scienziati hanno già in mente i prossimi passi. Invece di guardare solo i paesi, si potrebbero seguire nel tempo i proprietari di gatti, e chi non ne ha, uno per uno. Così si capirebbe meglio il rapporto tra felini e felicità e come cambia insieme ad altri fattori.
Secondo gli autori, gli studi futuri sulla felicità nazionale dovrebbero unire prospettive socioeconomiche e biologiche. Dovrebbero inoltre usare metodi longitudinali (cioè che seguono le persone a lungo) e interdisciplinari, per chiarire i meccanismi nascosti.















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