Quanto può vivere una persona? Il ruolo (nascosto) della mente
Pensa a Ivan Pavlov, il celebre medico e fisiologo russo. In una sua opera avrebbe sostenuto che chi non arriva a 150 anni muore per cause non naturali. Un’idea che fa sorridere, vero? Eppure ci invita a farci una domanda scomoda: e se il nostro corpo fosse costruito per durare molto più di quanto pensiamo?
Chi non crede in uno stile di vita sano ha sempre un asso nella manica: “Mio zio fumava come un turco e ha vissuto fino a quasi cento anni!”. Certo, i casi esistono, ma sono eccezioni, e non dicono nulla sul limite vero della nostra vita. Oggi si considera longevo chi supera gli ottant’anni, e la maggior parte dei giovani sogna di arrivarci. Il corpo umano, però, è progettato per andare ben oltre, e i cento anni non sono affatto il suo confine.
L’invecchiamento è anche una questione di programmazione
Gran parte di ciò che accade dentro di noi è di natura inconscia. Fumare e bere troppo sono scelte dannose che facciamo ad occhi aperti, ma esistono altri meccanismi, silenziosi, che non vediamo nemmeno.
La medicina moderna riconosce che moltissime malattie possiedono una forte componente psicosomatica: nascono, cioè, da un legame tra mente e corpo che la persona stessa non riconosce.
Secondo questa visione, il corpo non si rovina solo per colpa di malattie o fattori esterni. A volte si deteriora anche perché, dentro di noi, c’è una specie di “programma” che lo spinge in quella direzione. Gli atteggiamenti distruttivi che portiamo nel subconscio possono agire come un interruttore.
Un esempio? Due pazienti nello stesso reparto, con la stessa infezione. Uno si lascia andare: si inganna, sprofonda nella depressione, si irrita per tutto ed è certo che andrà a finire male. L’altro tiene duro. Chi si arrende, di solito, peggiora molto più in fretta.
Ipocondria: Quando la mente fabbrica i sintomi
Quando una persona è convinta di avere una malattia grave, si parla di ipocondria. Ne soffrono spesso anche gli studenti di medicina più sospettosi: studiano una malattia e, magicamente, ne trovano i sintomi addosso! Al contrario, si racconta di un vecchio professore che diceva di non essersi mai ammalato in vita sua.
Gli psichiatri esperti conoscono casi in cui il corpo di un paziente si “adatta” ai pensieri negativi e comincia a mostrare segni di malattia. In alcuni casi, quei pensieri hanno portato addirittura alla morte.
Le vecchie foto e la trappola dell’età
Guarda una foto dei tuoi genitori o dei nonni alla stessa età che hai tu adesso. Sembrano molto più vecchi dei tuoi coetanei di oggi, giusto? Una spiegazione possibile è che un tempo ci si sentiva vecchi molto prima. A trent’anni si era già “avanti negli anni” e non restava che prepararsi alla vecchiaia. Oggi, a trent’anni, tanti stanno appena iniziando a pensare a una famiglia e ai figli.
L’età, insomma, è forse il pensiero più diffuso che si annida nella nostra mente e comanda in silenzio il comportamento e i processi del corpo.
La solitudine e il programma per anziani
Chi vive solo, raramente vive a lungo, e spesso succede perché non sente di essere più necessario a qualcuno. Pensa a una coppia anziana senza figli: quando uno dei due muore, l’altro lo segue di frequente poco dopo, anche se sta bene e potrebbe vivere ancora più di dieci anni. Semplicemente non vuole restare solo.
Secondo i ricercatori, malattie e invecchiamento dipendono in buona parte da come guardiamo il mondo. Ci sono due tipi di persone:
- Chi detesta le chiacchere sui malattie, e tende ad ignorare i segni dell’età
- E chi invece, con una perseveranza quasi maniacale, cerca i segni di ogni possibile male e corre in clinica e in farmacia.
Il programma di morte
C’è chi lotta per la propria vita e chi no. Pensare di continuo che la vita non dà più soddisfazioni, che ormai, si è fatto tutto, o che si è vecchi e malati e che la fine è vicina, costringe l’organismo ad accettare quella decisione e a realizzarla.
All’opposto, un atteggiamento consapevole, positivo verso la vita, la pace, il rispetto per la natura, e un amore incondizionato per chi ci circonda e per noi stessi è ciò che favorisce la longevità, allontana le scadenze e migliora la salute.
Gli stereotipi che imponiamo a noi stessi
I bambini piccoli non capiscono cosa sia la morte. Gli adulti prima la capiscono, poi la accettano e infine vanno dal medico a “programmare” la dissoluzione del corpo. La società ha scritto un copione ben preciso:
- 20-30 anni: è il momento di mettere su famiglia;
- 30-40 anni: è il momento di ammalarsi;
- 50-60 anni: è il momento di prepararsi alla morte;
- 90 anni: si guarda l’anziano con sospetto, come a dire ” Mamma mia, è ancora vivo?”.
La storia conosce molte persone vissute ben oltre i cento anni. Forse è andata così perché nessuno aveva detto loro che era ora di morire, e loro non lo sapevano. Una battuta? Forse, ma dovrebbe far riflettere.
La chiave dell’immortalità:quella di avere uno scopo
Statisticamente, molti anziani muoiono poco dopo la pensione.
Perché succede questo? Il senso della vita, che prima avevano, dopo non ce l’hanno più. I figli sono cresciuti, non c’è più bisogno di lavorare, e la persona smette di capire perché dovrebbe continuare. Arrivano i pensieri tipo “ho già fatto tutto quello che dovevo”.
Eppure molti hanno vissuto attivamente fino agli ultimi giorni. Basta pensare ai medici che, anche in età avanzata, hanno continuato a operare e a dare consulti. O a chi ha coltivato la terra, nutrendo con i frutti del proprio lavoro parenti e amici. Cosa hanno in comune? Hanno fatto del bene agli altri ogni giorno e hanno condiviso con generosità la gioia e i frutti della loro fatica.
La “legge dell’immortalità” è semplice: chi è utile a questo mondo vive a lungo. Chi si sente inutile avvia un processo di autodistruzione. Chi invece si sente ben inserito, e in armonia nella catena degli eventi, vivrà finché l’universo avrà bisogno di lui.
Sviluppo costante e curiosità
Finché una persona cresce, vive. Quando smette di svilupparsi, regredisce e piano piano si spegne. Era una verità già nota migliaia di anni fa: i sacerdoti che studiavano le scritture vivevano a lungo, perché una vita intera non bastava per comprenderle davvero.
La curiosità tiene accesa la fiamma dell’interesse per la vita in tutte le sue forme positive. Finché c’è quell’interesse, la morte non arriva.
Una mia riflessione
Io credo che ci sia del vero: scopo, relazioni e atteggiamento mentale contano davvero per la salute. Ma stiamo attenti a non esagerare. Ammalarsi non è una colpa, e nessun pensiero positivo sostituisce visite, cure e prevenzione. Anzi, andare dal medico quando serve è un modo di prendersi cura di sé, non un “programma di morte”. La mente aiuta, ma non fa miracoli.
E tu? Hai un motivo per cui ti alzi ogni mattina? Perché alla fine il segreto è tutto qui: una persona vive finché sa perché vive.



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