Dopo 16 anni dal disastro della Deepwater Horizon la vita marina non si è ancora ripresa
Nel 2010, l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon provocò una delle più gravi catastrofi ambientali della storia. In quell’evento milioni di barili di petrolio si riversarono nel Golfo del Messico, contaminando le acque e mettendo a rischio un ecosistema ricco di vita. A distanza di 16 anni, le conseguenze di quel tragico evento, sembrano tutt’altro che superate.
Una nuova ricerca scientifica, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rivela infatti un preoccupante declino degli animali che vivono nelle acque profonde. Pesci, crostacei e calamari sono diminuiti drasticamente e, nonostante il tempo trascorso, non emergono segnali convincenti di una ripresa dell’ecosistema.
Com’è possibile che una catastrofe avvenuta oltre un decennio fa, continui a influenzare la vita marina? E quali conseguenze potrebbe avere questo impoverimento per l’intero oceano?
Il disastro del 2010
Nell’aprile del 2010, un grave guasto alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, coinvolta nelle operazioni della compagnia BP, provocò un’esplosione devastante, portando la stessa, a riversare in mare petrolio e gas per ben 87 giorni, prima di essere sigillato.
Le dimensioni di quell’evento furono impressionanti:
- Circa 134 milioni di galloni di petrolio greggio finirono nel Golfo del Messico.
- Furono rilasciati anche circa 218 milioni di metri cubi di gas
- Le conseguenze interessarono non soltanto la superficie marina e le coste, ma anche gli ambienti situati a grandi profondità.
Ed è proprio quest’ultimo aspetto a preoccupare maggiormente gli scienziati. Quando si parla di inquinamento petrolifero infatti, l’attenzione si concentra spesso sulle macchie visibili in superficie, sugli uccelli ricoperti di petrolio e sulle spiagge contaminate. Eppure, una parte importante dei danni può verificarsi negli ambienti profondi che sostengono gli equilibri dell’oceano, e che non vediamo.
La ricerca: meno animali nelle acque profonde
Lo studio è stato coordinato dall’oceanografa Tracey Sutton, della Nova Southeastern University, insieme a ricercatori di diverse istituzioni statunitensi.
Il gruppo ha analizzato le specie pelagiche di profondità, cioè gli organismi che vivono nella colonna d’acqua, lontano sia dalla superficie sia dal fondale. Si tratta di animali fondamentali per l’alimentazione di numerosi predatori e per il corretto funzionamento delle reti alimentari marine.
Le prime raccolte di campioni risalgono al 2011, poco dopo il disastro. Le indagini sono poi proseguite nel 2015 e negli anni successivi, fino al 2023. Complessivamente, i ricercatori hanno accumulato dati provenienti da oltre 2.000 campionamenti con reti.
I risultati hanno mostrato una diminuzione molto marcata dell’abbondanza degli animali studiati.
| Gruppo animale | Diminuzione rilevata |
|---|---|
| Pesci | 63,5% |
| Crostacei | 62% |
| Cefalopodi, soprattutto calamari | 59,7% |
| Krill | 72,8% |
| Pesci lanterna | 62,9% |
| Pesci del genere Cyclothone | 69% |
Il dato relativo al krill è particolarmente significativo: questi piccoli crostacei costituiscono una risorsa alimentare essenziale per molti animali marini.
Anche i pesci lanterna e quelli del genere Cyclothone svolgono un ruolo importante negli equilibri oceanici. La loro abbondanza e diffusione li rendono componenti centrali delle catene alimentari marine, oltre che protagonisti dei processi che regolano il movimento del carbonio negli oceani.
Perché gli scienziati indicano il petrolio come causa principale?
Davanti a un declino così consistente, i ricercatori hanno cercato di capire se potesse dipendere da normali variazioni ambientali.
Hanno quindi esaminato diversi fattori potenzialmente responsabili, tra cui:
la temperatura dell’acqua;
la disponibilità di ossigeno;
la quantità di cibo presente nell’ambiente.
Nessuno di questi elementi ha mostrato variazioni capaci di spiegare il calo osservato. Gli autori della ricerca sottolineano infatti, che le evidenze raccolte vedono tutte come causa più probabile della diminuzione degli animali la fuoriuscita di petrolio avvenuto nel 2010. Secondo loro, anche le sostanze chimiche utilizzate per disperdere il petrolio potrebbero aver contribuito a danni considerevoli all’ecosistema marino.
Si tratta di una conclusione scientificamente importante, pur senza dimostrare che ogni singola diminuzione sia riconducibile solo ed esclusivamente al disastro.
La vita negli abissi e la funzione della pompa biologica
Per comprendere la gravità della situazione bisogna considerare che questi animali non sono semplici abitanti delle profondità, ma partecipano attivamente a processi essenziali per la salute dell’intero pianeta.
Molte specie appartengono infatti, al cosiddetto strato di dispersione profonda: una comunità composta da pesci, calamari e altri organismi che compiono ogni giorno “migrazioni verticali”.
Di notte infatti, numerosi animali risalgono verso gli strati superficiali per nutrirsi, per poi tornare in profondità all’alba.
Questa attività contribuisce alla cosiddetta pompa biologica del carbonio: attraverso l’alimentazione, la respirazione, gli escrementi e il trasporto di materia organica, gli organismi favoriscono il trasferimento del carbonio verso gli strati più profondi dell’oceano, dove può rimanere immagazzinato per periodi prolungati.
Una diminuzione così drastica di queste comunità potrebbe quindi compromettere non soltanto le catene alimentari, ma anche i processi che regolano il ciclo del carbonio.
Lo scienziato marino Kevin Boswell sottolinea che lo strato di dispersione profonda è formato da una comunità animale estremamente eterogenea. La possibilità di rilevare cambiamenti attraverso metodi di osservazione indipendenti rafforza, secondo il ricercatore, le prove di una trasformazione significativa dell’ecosistema.
I disperdenti chimici – forse uno degli aggravanti peggiori!
Per limitare le conseguenze della fuoriuscita di petrolio nel 2010, furono utilizzati circa 770.000 galloni di Corexit 9500A: un noto disperdente chimico.
L’obiettivo dichiarato, era quello di frammentare il petrolio in gocce più piccole, riducendo la formazione di grandi chiazze superficiali che avrebbero potuto danneggiare gravemente gli organismi marini e le coste.
Tuttavia, disperdere il petrolio non significa eliminarlo. Una parte degli idrocarburi può rimanere nell’ambiente, raggiungere acque profonde e depositarsi sui fondali. Di conseguenza, l’inquinamento potrebbe essersi esteso ben oltre quanto appariva dalle immagini satellitari.
Sia il petrolio che i disperdenti possono risultare estremamente tossici per la vita marina, in particolare per lo zooplancton, che rappresenta una componente fondamentale delle catene alimentari. La combinazione delle due sostanze può provocare danni allo zooplancton superiori a quelli causati dal solo petrolio.
Già nel 2014, alcuni scienziati avevano ipotizzato che l’azione congiunta di greggio e disperdenti sul microzooplancton potesse interrompere il trasferimento di energia dai livelli alimentari inferiori a quelli superiori, modificando la struttura e le dinamiche delle comunità planctoniche.
I risultati della nuova ricerca potrebbero essere compatibili con queste preoccupazioni.
Le conseguenze potrebbero coinvolgere anche balene e capodogli
Quando diminuiscono gli organismi alla base delle catene alimentari, gli effetti possono propagarsi progressivamente agli animali che dipendono da loro per nutrirsi.
Alcuni ricercatori hanno segnalato avvistamenti di balene particolarmente magre ed emaciate. Inoltre, i capodogli, che in passato frequentavano il Golfo del Messico con una certa regolarità, sembrano ora spostarsi in modo meno prevedibile alla ricerca di cibo.
Queste osservazioni non dimostrano, da sole, un rapporto diretto con il declino rilevato, ma rappresentano segnali che meritano ulteriori indagini.
Le conseguenze potrebbero interessare anche le attività umane. Gli animali pelagici di profondità costituiscono infatti, prede importanti per numerose specie, dato che contribuiscono al mantenimento degli ecosistemi da cui dipendono la pesca e il turismo.
Come evidenzia il biologo marino Pedro Peres, della Florida International University, anche le specie considerate abbondanti e diffuse possono subire trasformazioni sostanziali senza che ce ne accorgiamo, soprattutto quando mancano programmi di monitoraggio adeguati.
Un ecosistema trasformato: sarà possibile tornare alla normalità?
Al momento, gli scienziati non sanno se il recupero sarà possibile, né quanto tempo potrebbe richiedere.
La vita oceanica è strettamente interconnessa: la scomparsa o la diminuzione di alcune specie può modificare la disponibilità di cibo, influenzare i predatori, nonché alterare processi ecologici che coinvolgono organismi molto diversi tra loro.
Il rischio, quindi, è che le conseguenze del disastro continuino a propagarsi attraverso livelli più elevati della catena alimentare, modificando il funzionamento complessivo del Golfo del Messico.
La lezione da trarre dall’evento catastrofico avvenuto nel 2010 è che la fine di un’emergenza non coincide necessariamente con la fine del danno ambientale, dato che una volta fermata la fuoriuscita, il petrolio non scompare magicamente e gli equilibri biologici non si ricostruiscono automaticamente.
A sedici anni dalla Deepwater Horizon, le profondità del Golfo ricordano quanto possano essere persistenti gli effetti dell’inquinamento. E mostrano perché proteggere gli oceani richieda non soltanto interventi immediati durante le catastrofi, ma anche monitoraggi scientifici prolungati, capaci di individuare conseguenze che potrebbero rimanere nascoste per decenni.





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